Intervista a Stefano Massaron
Giugno 12, 2006 di ilpresepediplastica
Sei stato assente un po’ di tempo dalla scena editoriale, com’è nata l’idea di scrivere questo romanzo? Quanto ci hai impiegato a scriverlo?
A un certo punto mi sono reso conto che dovevo fare altro, la scrittura era diventata troppo difficile, andavo a scavare troppo in fondo dentro me stesso, mi turbava troppo. L’idea di Ruggine è nata dopo aver scritto il racconto “Il rumore”, quello pubblicato in Gioventù Cannibale. Mi sono reso conto che quei bambini e quell’ambientazione avevano ancora tanto da dire. Semplicemente, non mi lasciavano in pace: continuavo a pensarci, a pensarci, senza sosta, giorno e notte. I cortili, la periferia, i giochi sul cemento. Poi mi sono ricordato del deposito di rottami dove giocavamo da piccoli io e i miei amici e tutto ha fatto click dentro il mio cervello, ogni pezzo è andato al suo posto. Ho impiegato oltre sei anni a scriverlo, ma non è del tutto vero. Per i motivi che ti ho spiegato prima, in realtà la stesura di Ruggine ha avuto una pausa che si è protratta per oltre tre anni, tre anni in cui scrivere per me era diventata la cosa più difficile invece che la più facile, la più penosa invece che la più appagante. L’ho iniziato nel 1996, penso di aver riscritto le prime 60 pagine almeno venti volte, forse anche di più. L’ho ripreso nel 2001 e l’ho lasciato a metà. Poi l’anno scorso l’ho finito, ed è stata una liberazione: non per il romanzo in sé, ma per tutto ciò che implicava, su me e sul mio rapporto con la scrittura in generale.
Il romanzo narra il passaggio all’età adulta dei protagonisti. Però i ragazzini presenti in questo libro sembrano aver lasciato da parte l’infanzia da secoli…
Non sono d’accordo. Se intendi la durezza con cui sono costretti a affrontare la vita, allora sì, è vero. Ma ciò non implica saltare l’infanzia. Se ci fai caso, pur nell’orrore che sono costretti a subire, giocano… riescono a trasformare lo squallore in cui vivono in un mondo magico, lavorando di fantasia pura: il deposito di rottami diventa un castello, i cortili campi da calcio. E questo è un tratto distintivo dell’infanzia, che purtroppo il novantanove percento delle persone perde non appena passa all’età adulta. La capacità di vedere il mondo attraverso la lente della semplicità e della fantasia. E non è un caso che, nel mio romanzo, ciò accada a bambini poveri, di periferia. Se avessi ambientato la stessa storia, che so, in Brera o in via Montenapoleone, i bambini sarebbero stati viziati e già fuori dall’innocenza, non sarebbe stato possibile. Allora sì che avremmo potuto parlare di infanzia inesistente. Vedi, fondamentalmente a me non interessa né mai mi interesserà scrivere di gente ricca… e, anzi, nemmeno benestante, se per questo. Perché sono convinto che, nella società in cui viviamo, soltanto nel disagio e nella difficoltà di vivere — che stanno aumentando sempre più — ci sia la spinta necessaria a creare qualcosa. O, in termini più prettamente narrativi, a rendere una storia interessante.
C’è in Ruggine una scrittura molto agile, una lingua diretta, un ritmo incalzante…
Grazie. Soprattutto perché è frutto di un lavoro meticoloso e molto pensato. Nel romanzo, i “problemi” linguistici da risolvere erano tre: i bambini, gli stessi bambini da adulti e il maniaco. Ci sono cose che un bambino sente — e spesso con maggiore intensità di un adulto — ma che non può esprimere perché ancora non possiede il vocabolario necessario per farlo: amore, paura, sconcerto, gioia, allegria. Scegliendo di narrare dal loro punto di vista, mi sono adeguato a questo limite, tentando di esprimere i loro sentimenti in altro modo, assai più semplice e lineare di quando, per esempio, sono loro stessi adulti a rielaborare l’accaduto attraverso il ricordo, parti queste che mi sono state molto utili per ampliare e approfondire alcune sensazioni. Il maniaco, invece, possiede un linguaggio completamente diverso: non solo la voce della follia che lo devasta, ma anche il vocabolario molto più ricco — e scientifico, visto che è medico — di una persona colta qual è. Mentre sul linguaggio c’è un lavoro consapevole — potrei davvero parlarti per ore del piacere che provo nel limare e rileggere e correggere all’infinito finché finalmente la frase non mi “suona” giusta quando la leggo a voce alta, è davvero una delle cose che più amo dello scrivere — per quanto riguarda il ritmo no. È molto istintivo, non c’è mai nessuno studio da parte mia per trovare la scansione giusta, mi viene e basta. A volte, mentre scrivo e magari ho in mente di andare in tutt’altra direzione, arrivo a una riga e capisco che è lì che un capitolo deve finire. È sempre stato così, e ovviamente sono felice quando vedo che i lettori se ne accorgono e rimangono attaccati alle pagine.
Il romanzo sembra pronto per una trasposizione cinematografica, in certe parti basterebbero poche modifiche per ricavarne una sceneggiatura…
Hey! Gente del cinema, ascoltatelo! Speriamo qualcuno la pensi come te… voglio comprarmi una casa, voglio sposarmi e mettere su famiglia, un film tratto da Ruggine renderebbe tutto questo molto più semplice.
Più seriamente, a volte certi critici ti dicono la stessa cosa in senso negativo. Come se scrivere in modo visivo sia una sorta di peccato originale che ti condanna automaticamente nel limbo della “serie B”. Ma è un’altra cosa che mi viene naturale: io — come te e molti altri della nostra generazione — sono cresciuto non solo leggendo libri, ma anche guardando la televisione, andando al cinema, leggendo fumetti e giocando con la Playstation. Non solo è impossibile non farsi influenzare, ma non vorrei nemmeno: significherebbe scrivere fuori dal mondo in cui vivo e fuori dal mio vissuto personale, che senso avrebbe? Se poi pensi che il motto scolpito nella pietra di tutti i corsi di scrittura creativa americani — che loro sì le storie le sanno raccontare davvero — è “show, don’t tell”…
La tua esperienza con la scrittura horror viene fuori in molte parti del romanzo. Il deposito di rottami sembra quasi essere un organismo vivente che concentra le paure dei giovani protagonisti…
Il deposito è la chiave di tutto il romanzo. Nel momento in cui i bambini si accorgono che il deposito si è trasformato dal regno fantastico dei loro giochi al luogo dei loro incubi peggiori, la magia finisce e inizia l’orrore. E allora sì, hai perfettamente ragione, diventa un mostro che sembra dotato di vita propria: scricchiola, intrappola, respira. Ma è l’adulto, il maniaco, a chiamarlo Leviatano e a dargli una connotazione animale. I bambini avvertono la trasformazione, ma — come dicevo sopra — non possono esprimerla con gli stessi termini: reagiscono e basta, senza elaborare. E alla fine c’è davvero il capolinea dell’infanzia: è quando Carmine, il capo della banda dei bambini, si gira verso il deposito e dice “è solo ferro”. Fine del sogno — o dell’incubo, se vuoi — ma comunque una cesura senza alcuna possibilità di ritorno. Il deposito di rottami è l’unica cosa presa pari pari dalla realtà, a cui non ho applicato filtri o rielaborazioni di alcun genere (cosa che invece ho fatto peggiorando un po’ il quartiere dove sono cresciuto): è esistito davvero, proprio come l’ho descritto, ed era il luogo dove andavamo a giocare da bambini, ovviamente di nascosto dai genitori. Se penso adesso alle cose che facevamo su quelle travi malferme magari a venti metri dal suolo, al pericolo costante di giocare là dentro, mi vengono i brividi…
Come si intreccia il tuo lavoro di traduttore con quello di scrittore?
A volte è utilissimo, altre volte interferisce. Ti dico utilissimo perché per tradurre un romanzo non basta conoscere bene la lingua — nel mio caso l’inglese — ma è necessario anche saperlo “rendere” al meglio in italiano. Ovvero capire quando e come l’autore cambia ritmo, o perché adopera certe tecniche, o ancora perché utilizza “toni” e “voci” diversi in alcuni punti-chiave, e sapere come trasporre il tutto affinché le sue intenzioni siano tradotte e non tradite. E questo, per uno scrittore, è un lavoro utilissimo, perché immergersi totalmente nello stile e nei meccanismi narrativi di qualcun altro — specialmente se si tratta di un buon scrittore — significa acquisire un’esperienza davvero inestimabile. D’altra parte, ti dico che a volte interferisce, ma più che altro per questioni di tempo. Non potendo ancora vivere della mia scrittura — e non so se questo accadrà mai — spesso il tempo che vorrei dedicare a scrivere deve per forza di cose essere impiegato per fare altro. E non nego che spesso è frustrante.
Al lettore resta un’immagine di Milano che non coincide con i soliti cliché (anche letterari). Nel romanzo c’è una periferia marcia e rugginosa, un’aria densa e bollente, un silenzio assoluto squarciato soltanto dalle presenza dei piccoli protagonisti. Sembra di essere a Crotone…
Mi hai fatto un complimento. Spero fosse voluto
Il fatto è che la periferia di Milano è così — e lo era ancor di più alla fine degli anni Settanta — e poco importa se altri preferiscono o hanno preferito ignorarla in quello che scrivono. Se poi pensiamo al cliché della “Milano da bere” o della Milano della moda (che personalmente ritengo l’ambiente più vuoto e inutile che esista, l’elogio dell’apparire perché non siamo più in grado di essere), mi viene soltanto da ridere: una piccola fettina di Milano vive a quel modo, tutto il resto è realtà. Svegliatevi, mi viene da dire ogni volta che passo in via Montenapoleone. Inoltre, come ti ho già detto, è nella periferia delle metropoli che vedo l’unico fermento culturale possibile attualmente. Ma il complimento, in realtà, è quel “sembra di essere a Crotone”. Io scrivo della periferia milanese perché è quella che conosco e quella in cui sono cresciuto, ma ho sempre aspirato a rendere universali le mie ambientazioni, sia nei romanzi precedenti che in questo: vorrei che qualunque lettore, di Crotone o di Napoli o di Catania, potesse trovare nel setting dei miei romanzi qualcosa di proprio, di riconoscibile, che fa parte del suo vissuto. Questo rispecchia anche ciò che penso in realtà: che non ci sia poi molta differenza nel degrado urbano tra una città e l’altra.
Non è la prima volta che ambienti le tue storie a Milano. Il Parco Lambro faceva da fondale a Residui. L’avvento dei nuovi umani uscito nel 1998 presso Addictions. Inoltre, hai partecipato a un’iniziativa molto interessante, una rassegna letteraria itinerante intitolata Sguardo sulla metropoli, che ha raccontato la metropoli odierna attraverso lo sguardo narrativo di un gruppo di scrittori dei nostri tempi. Che cosa vedi nella Milano di oggi?
Per il Parco Lambro vale lo stesso discorso appena fatto sulle periferie. Chiudendo i drogati in un grande parco (cosa che è avvenuta davvero a cavallo degli anni Ottanta), in Residui ho tentato di rendere universale l’ambientazione. Quel parco poteva essere un parco qualsiasi di una città qualsiasi, che poi fosse circondato da Milano era importante per me, ma spero molto meno per i lettori. Nella Milano di oggi vedo lo specchio di ciò che sta accadendo in tutto l’occidente: la forbice tra la fascia di persone ad alto reddito e quelle che non riescono ad arrivare a fine mese si sta allargando sempre di più, la povertà aumenta e va a intaccare frammenti di popolazione che fino a qualche anno fa ne erano rimasti immuni. Il precariato sta diventando una vera e propria piaga di cui le vere conseguenze, purtroppo, saranno palesi in tutta la loro potenziale esplosività sociale soltanto tra una decina d’anni. E nelle metropoli come Milano questo processo è molto più rapido. Come vedi, non sono affatto ottimista sul futuro: il modello economico su cui ci stiamo basando è destinato ad autodistruggersi, non c’è altra via d’uscita, e chi afferma il contrario o è miope oppure sa di mentire. Per questo ritengo importante scrivere di queste cose — seppur adoperando la mia forma espressiva d’elezione, che è quella di una narrativa che può essere vista anche come intrattenimento puro (grazie al cielo) — ed è quello che continuerò a fare.
Hai un vissuto letterario molto significativo: gli incontri alla Libreria del giallo di Milano, il tuo racconto nell’antologia Gioventù cannibale, la tua partecipazione a Fabula.it. Si tratta di esperienze che hanno generato un drappello di nuovi autori accomunati da un affiatamento notevole e spesso da una comunione di intenti, senza per questo ricorrere a manifesti o a ideologie. Qual è, secondo te, la base che accomuna questi scrittori? Si tratta soltanto di condivisione di spazi (librerie, siti internet, pubblicazioni) o c’è anche dell’altro?
La condivisione degli spazi è stata ed è fondamentale. Trovarsi, confrontarsi con altri scrittori non può che portare a un miglioramento sia personale che professionale. Ma penso ci sia dell’altro: più o meno, apparteniamo tutti alla stessa generazione, quindi abbiamo un vissuto comune che poi, nella scrittura, si è anche trasformato in un modo di scrivere che ha più similitudini che differenze (pur restando queste ultime, e per fortuna, spesso marcate). Alla base ci sono gli stessi gusti, le stesse esperienze, gli stessi intrattenimenti — televisione, cinema, libri — e comunque una voglia di narrare, di raccontare storie, che fino agli anni Settanta in Italia veniva vista come la peste e che invece ora, finalmente, è stata rivalutata. E, guarda caso, ci siamo formati più o meno tutti sulla tanto bistrattata narrativa di genere, che invece ritengo una palestra fondamentale per imparare la tecnica del racconto.
Eppure questi autori, pur pubblicando per grosse case editrici e avendo un buon successo di pubblico e di critica, non vincono i premi letterari, come si ricordava negli ultimi numeri di Tuttolibri. Come vedi questa situazione?
Non la vedo. Nel senso che, personalmente, non me ne importa nulla. I premi letterari, come tante altre manifestazioni esteriori della cultura in Italia — penso ai meccanismi delle recensioni pilotate o dei libri che “nascono” già best-seller — sono più che altro un cortile interno di favoritismi e autocelebrazioni sapientemente guidate. Mai partecipato a un premio letterario in vita mia e spero che ciò non accada mai. Unica eccezione è stato il Premio Bancarellino, nel 2001, riservato alla narrativa per ragazzi, dove però la giuria era formata direttamente dai lettori. In questo caso, bambini. Che sono in grado di giudicare attraverso la loro visione incontaminata. Come vedi, torniamo al punto di partenza…
Nic fammi sapere se hai pubblicato!!!
Ciao Cinzia, il libro esce il 16 giugno.