Deiezioni
Novembre 19, 2006 di ilpresepediplastica
Qué muerte habrà que se iguale
A mi vivir lastimero
Pues si màs vivo màs muero?
Juan De la Cruz
“Come dici scusa, puoi ripetere? Non ho capito.”
“Ti dicevo…”
“Non ti sento. Anzi, sento solo qualche parola ogni tanto.”
“C’era… e anche… poi… ma guarda… pensa te…”
“Ma dove sei? Provo a richiamarti io?”
“Porca puttana… neanche l’avessi… a Londra…”
“Pronto? Non ti sento bene. Ora riattacco.”
“Ma ti rendi… roba da non… quello… ammazzo.”
“Non sento niente. Ti chiamo più tardi. Ciao.”
Copriva l’intera città, ne divorava la più piccola molecola, intasava tubi, valvole di sfogo, intruppava uscite di emergenza, sporgeva dalle finestre, grattava la sua presenza sotto i piedi, nell’appiccicaticcio delle mani, nel sudore che attaccava i capelli alla fronte, sui polpastrelli delle dita quando sfogliavi il giornale, sotto il cappotto quando ti alzavi nella metropolitana, nelle narici quando respiravi l’aria gonfia di impurità del pomeriggio nel traffico. Micro e macro. L’indefinibile respiro gassoso del tubo di scappamento che ti ronza sotto il naso mentre aspetti di attraversare. La sportina della Tesco che ti si pianta sullo stinco portata dal vento. La claustrofobica metafora della nostra irresponsabilità. Hai visto i tubi delle fogne? Roba in cemento spesso quattro dita larghi che ci passa una macchina. La merda passa da quelle parti. La mia merda, la tua merda, la sua merda, la loro merda. Trascinata verso il basso in milioni e milioni di scrosci profumati e ipocriti, tra scoregge rattenute e emorroidi che strizzano lo sterco in forme allungate e ghirigori di tutte le sfumature del marrone e del verde. La carta igienica intrisa di umori affonda la sua pretesa serietà e compostezza annegando accanto a ciò per cui fu creata, matrimonio ruvido o morbido con orifizi pelosi e muti finalmente rilassati. O stitici, irrigiditi nello sforzo di estrudere l’impurità, la malattia, il consumato, il non più necessario, l’in più, il diverso, ciò che puzza, ciò che resta del pranzo nel migliore dei ristoranti di Chelsea. Un’ondata anomala di ciò che è stato, di passato prossimo, di decomposto e ricomposto, sei un pezzo di, hai la faccia di, sei uno, il lato ombroso del nostro corpo immuntandato, il deposito segreto degli zefiri mattutini quando pensi che nessuno ti senta e invece la vecchietta sta stendendo i lenzuoli consunti della notte proprio sopra la tua testa, ma fortunatamente è sorda. Il naso ce l’ha buono però e ti guarda con aria di sconforto. Cenere alla cenere, polvere alla polvere, merda alla merda. L’immondizia è lo scarto, quello che resta di noi quando hai sottratto la presunta parte efficace e funzionante, quando hai liberato l’intestino, svuotato le tasche, affrancato l’armadio, reso lindo il bidone sotto il lavandino. L’antimateria vera, quella che sta sotto – sotto il lavandino, appunto, sotto e dietro nel nostro corpo, sotto la scrivania, nel bidone, sotto i palazzi arroccati nel centro, le bidonvilles. Il basso che batte il ritmo nascosto come il batterista mentre l’alto, la voce, si prende il merito della bellezza. Chi ha mai notato se un bassista è bello o brutto? L’importante è che suoni il basso come un bassista serio. Stai basso che tirano. Il più delle volte tirano solo a indovinare. Chi se la farà addosso per primo, chi smerderà i pantaloni mimetici nell’assalto a baionetta dove ti giochi la vita. Cessi degli aeroporti, con la carta per coprire la seduta in plastica come ad Atlanta, con lo schizzo purificatore e sanitizzante come a Francoforte, con il vaso bianco e screziato di mille urine gialle come a Città del Guatemala, con l’albero e metà del soffitto aperto come al Poppies di Kuta. Cessi e graffiti, numeri di telefono e insulti, bianchi, negri, froci, puttane, il basso che chiama il basso. In basso, la testa nel lavandino che vomita, percorso inverso, direzione sbagliata, contromano di acidità e troppo alcol ingerito. Il clistere del sospiro di sollievo quando il centro è immobile intorno al mondo che ruota.
mancia bbonu, caca forti, un ti scantari dà morti (proverbio palermitano)