“E poi siamo arrivati alla fine”, Joshua Ferris, Neri Pozza, pp. 400, euro 17,00
Gennaio 20, 2007 di ilpresepediplastica
Il romanzo d’esordio di Joshua Ferris, “E poi siamo arrivati alla fine”, edito in Italia in anteprima mondiale da Neri Pozza, ci offre una chiave di lettura già dal titolo del primo capitolo: “Voi non sapete che cosa c’è nel mio cuore”. Ambientato in una grande agenzia pubblicitaria americana, in un contesto lavorativo che tende a depennare le individualità, il romanzo gira intorno alle esistenze dei creativi dell’agenzia, riuscendo a restituire ciò che Nick Hornby nella quarta di copertina definisce “il rumore delle nostre vite che scorrono”. I personaggi, incastrati nei percorsi obbligati dei loro cubicoli, dei piani del grattacielo dove ha sede l’agenzia, nelle parole e nei respiri dei colleghi, lavorano, parlano, soffrono, gioiscono perfino pensano come un unico essere collettivo: così la voce narrante non può che essere la prima persona plurale, un interessante artificio che fa pulsare l’intero romanzo con un unico, potente battito. Ma non è un palpito cattivo, quello che esprime questa unica voce collettiva, perché a Ferris non interessa accanirsi sull’assurdità della condizione lavorativa contemporanea; piuttosto preferisce farci entrare nel vivo di esistenze umane, nella vita dei personaggi che sognando e disperandosi, fanno di tutto per non lasciarsi travolgere dalle acque melmose di una crisi economica e lavorativa epocale. Tom, Joe, Karen, Benny, Genevieve, Carl, Jim, Amber, Larry fanno capolino nei cubicoli scambiandosi le poltrone, gli oggetti collocati sulle postazioni, stordendosi in una processione infinita di pettegolezzi; si esibiscono in sfinenti previsioni su chi sarà il prossimo collega costretto a poggiare la testa sotto la inesorabile ghigliottina dei licenziamenti; provano, seppur nel coagulo trasparente della chiacchiera lavorativa, a far penetrare la vita tra i computer, le stampanti, i briefing. Tom dopo il licenziamento sta impazzendo? O era già pazzo, prima? Ha minacciato di buttare il suo computer dalla finestra dell’ufficio. Tornerà e ammazzerà tutti? Innanzi tutto Joe con il quale si era scontrato? Carl non vuol far sapere alla moglie di essere depresso. E dice cose strane. Resisterà? Sarà il prossimo a essere licenziato?
Le biografie di questi personaggi, nonostante la loro appartenenza al mondo dei creativi, si rivelano minime. Ambiscono tutti a un qualcos’altro che a volte rimane indefinito, altre si concretizza nel sogno di un romanzo da scrivere o di una serie di tele sui pesci da dipingere… Ma queste esistenze, investite dal soffio narrativo di Ferris, riflessivo e struggente, pronto a dare consistenza ai loro sentimenti e alle loro relazioni, alle loro insoddisfazioni e alle loro ossessioni, si trasformano in vite epiche, soggetti dell’unica epopea possibile in questa sorta di office beauty moderno.
Joshua Ferris dà prova così di grande talento, con questo suo esordio, riuscendo peraltro ad annegare i suoi temi in un ritmo narrativo estremamente suggestivo, dove le storie dei personaggi, quasi imitando la struttura tortuosa dei cubicoli dell’ufficio, si intrecciano sviluppandosi in un originale crescendo sinuoso
Oh wait. Yes, I have. I’m sorry, but I just don’t have it in me right now to type it all out again. Besides, it was just ramblings anyway. You didn’t want to hear me go on and on about this, right?
divertente ma reale, a tratti malinconico ma allo stesso tempo invito a vivere la vita come viene…. Con “e poi siamo arrivati alla fine” l’esordiente ferries riesce a farsi spazio con il suo stile hornbyano ma non troppo, attento a non banalizzare la storia (anzi lE storiE) ma anche a non esagerarle e a portarle al limite. Ottimo esordio direi, originale….
Input: “Il lunedì mattina ci affrettavamo a tornare e a fingere di lavorare [...]Hank Neary tirò fuori una citazione ed educatamente gli dicemmo di ficcarsela nel culo. >. Disse di non ricordare se era di Ovidio o d’Orazio e noi rispondemmo che non ce ne importava un accidente di quello che aveva detto Ovidio d’Orazio. Ovidio d’Orazio non aveva capito nente della morte e del lavoro” (pag 339-340)
E’ una vita che voglio acquistarlo, tra mezzora esco da questa gabbia di ferrocemento e corro a prenderlo.