I palermitani assaltano se stessi
Ottobre 3, 2007 di ilpresepediplastica
Qui si parla dell’ennesima piccola rivolta popolare palermitana. Disoccupati ed ex carcerati assaltano un assessorato regionale. Vogliono risposte concrete: ‘u postu? Il sussidio? I palermitani sono una razza molto particolare: da secoli si esibiscono in sfuriate che sembrano anticipare una rivoluzione. Ma nessuno si preoccupa. Non c’è il rischio che succeda niente. Ogni volta che cambiava il dominatore il palermitano si preoccupava di accoglierlo nel migliore dei modi, con delegazioni che andavano al porto a incensare con mille giri di parole il nuovo conquistatore. Il palermitano si incazza per cose concrete. Ieri e oggi. Ma raramente guarda lontano, raramente gli interessa il prima, il dopo e l”intorno” di una sua rivendicazione. Nel Settecento si arrabbiava periodicamente per le conseguenze delle carestie, per la scarsezza di pane. Ma lo faceva cercando capri espiatori. I baroni, i principali responsabili dello stato delle cose, i principali mercanti e incettatori di grano (che nascondevano nei loro depositi per farne alzare artificialmente il prezzo e quindi poterlo vendere all’estero fregandosene delle esigenze della plebe siciliana) venivano assolti. Anzi, venivano indicati come i “difensori del popolo” (sic). Anche oggi, oggi che continuano a mostrare chiostre di denti guasti, incrostati di una rabbia grottesca e innocua, se la prendono con l’arredo urbano, quasi perpetuando certe tare (mai diventate troppo pittoresche) che li vogliono affetti da gallismo e ardore masculinu. Mi chiedo spesso, soffrendo per le mie derive qualunquiste, che senso abbia questa democrazia.
Un paio di giorni fa rileggevo, ne I promessi sposi, della rivolta del pane. La folla assalta la casa di colui che ritiene il responsabile della scomparsa del pane dai forni, ed esalta Ferrer, che proprio con le sue decisioni aveva causato tutti i guai.
Quindi, a Palermo, una rivolta di stampo manzoniano?
Diciamo che le rivolte per il pane erano la norma in un passato non troppo lontano. Ma, come diceva un nostro conterraneo, la Sicilia era anche allora metafora dell’Italia intera. Certi fenomeni nell’Isola si incancrenivano diventando racconto didascalico di un’epoca. Pensa a oggi, pensa a quanti politici siciliani riescano a incarnare l’immagine del potere che si fa gioco della democrazia.
Vi ho linkati.
La constatazione più amara sta nel vedere che l’abuso del potere è accettato come metodo ordinario di esercizio del governo. E come la clientela sia ormai l’unico strumento per la conquista del consenso. Per di più, tempo fa, in radio, ho sentito un politico definire target il suo elettorato, un target al quale andavano ammannite promesse “in target”.
Vabbé, vado a cena.
Ah, grazie per il link.
noi palermitani siamo la razza migliore del mondo!!!!!!