Spesso giro a vuoto e mi servono le parole degli altri per riempirmi. Quando succede, per fermarmi torno a rileggere questa recensione di Mia Hoffmann che dà un senso a quello che penso e che scrivo:
“E’ la presa diretta dei segnali di fumo di una socie
tà in decomposizione. Segnali ammorbanti, perniciosi, cancerogeni. Che entrano dagli interstizi delle porte chiuse, dalle finestre, negli abitacoli, tra il palato e la forchetta, nelle trame delle lenzuola, nelle vene degli alberi, nelle cucce dei cani, tra granelli di sabbia e manciate di terra. Solo il mare, l’acqua, sembra restarne immune.
Vede tutto in fotogrammi, al rallenty. Lui che arriva finalmente in spiaggia, si getta in acqua e si inabissa velocemente. Lui che si rende conto di essere nella laguna. Lui che nuota sott’acqua, appena un metro d’acqua in quel punto, riuscendo a non riaffiorare se non dopo alcune centinaia di metri. Lui che resiste, resiste, resiste, in apnea. E poi riemerge, quando fuori sono rimasti solo i colori della natura. Riaffiora tra i cumuli di sale ammonticchiati nelle saline e i profili dei mulini a vento.
Doveva nascondersi ancora sott’acqua? C’era ancora qualcuno? L’orrore si era dileguato.
Puoi sputare, sciacquarti gli occhi, il naso, la bocca, ma quella patina schifosa ti rimane appiccicata addosso e il retrogusto non te lo togli lo stesso. Nemmeno l’ingenuità protegge, dalla malavita, nemmeno la malattia, il disturbo, la vecchiaia. Puoi avvolgerti in strati su strati di alienazione o diversità, ma se continui a respirare il fumo ti deturpa, rendendoti imperfetto anche sei una perla rara.
Un’imperfetta perla rara è Giuseppe, il protagonista di Tu che hai fatto per me, di Nicolò La Rocca, edito da Fazi. Delicato, fragile come ogni rarità, disturbato da un reticolo consequenziale di intrighi quotidiani sempre più fitti, vive una lacerazione psicologica che ventiquattr’ore su ventiquattro lo pungola, e che l’autore descrive in presa diretta.
E’ con moventi psicologici comuni a tutti gli uomini che i sistemi criminali deturpano le società. Non può essere altrimenti, dato che la sicurezza, dovrebbe, essere un bene comune a tutti gli uomini. E’ sicurezza d’affetto e d’amore che chiede Giuseppe; ma il fumo non discerne, avvolge tutto indiscriminatamente, inasprendo, accecando, sporcando, anche l’amore.
Con semplicità preziosa Nicolò riesce a formare il disagio e la diversità sensibile di quest’uomo spiegazzato come un foglio di carta, perché semplicemente la apre, schiudendola, rendendola ospitale senza imbandirla, senza falsarla. E’ raro, trovare un così discreto intercessore di fragilità.
Allora Giuseppe avrebbe voluto essere un gabbiano e volare via, in alto nel cielo, lanciando gli strepitii che i gabbiani sanno fare. Però si sentiva come quell’uccello lapidato dai ragazzi. (…)
Raccolse da terra un vetro sbrecciato e con le dita ne esaminò i bordi: erano taglienti, una grossa goccia di sangue affiorò come per magia dal polpastrello e gocciolò sul pavimento.
Rimase immobile qualche secondo, incantato dalla chiazza rossa che si era formata in terra, poi avvicinò il vetro alla faccia, schiacciò il corpo affilato contro uno zigomo e lacerò la pelle fino a raggiungere la carne. Allentò un pò la pressione, il dolore era lancinante, e tracciò dei solchi lungo i contorni del viso, la fronte, le tempie, le guance, il mento. (…)
Uscì fuori e cominciò a correre, con la stessa foga di prima. Solo che adesso era buio. Correva accompagnato da alcuni rumori: gli sfregamenti della fratta sui pantaloni, gli sciacquii del mare sul bagnasciuga, i fremiti degli animali che si nascondevano al suo passaggio, cani e gatti randagi.
Attraversò le strade della città senza mai fermarsi e non si avvide della gente che lo guardava sconvolta e si scansava al suo passaggio.
Finalmente arrivò a casa. Sapeva ciò che doveva fare. Non c’erano altre soluzioni.”
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