Posted by: ilpresepediplastica | Ottobre 4, 2007

Voglio entrare ni la mafia

Il copyright del video è di Ciprì & Maresco 

Ieri ha cacato proprio al centro dell’aula. E’ andata così. Durante le ore di programmazione, mentre chiddi, gli insegnanti, erano riuniti a sputacchiarsi frasi a testa di ficudini, in burocratese stretto, cose di ministero, carta e filini di ragno, lui,  Vincenzo, musca di merda, è entrato nella classe sulla porta della quale c’è stampata la scritta IV B. E’ stato bravo a evitare ‘Nzulu ’u tunnu,  il bidello, quel vecchio sudato che è l’unico che riesce a mettergli pensieri in testa. L’unico è. Quella bestia di bidello fa certi rutti che ti pare di bagnarti di zolfo se te lo ritrovi davanti durante una delle sue scatarrate. E poi una volta Vincenzo ha sperimentato sulla propria pelle cosa significa mettersi contro ‘Nzulu ‘u tunnu. Successe per la festa di fine anno, in seconda elementare, appena due anni prima, anche se gli pareva ieri a Vincenzo, ché quando ci pensava gli veniva la diarrea. Continua a leggere…

Posted by: ilpresepediplastica | Ottobre 3, 2007

I palermitani assaltano se stessi

take_this_one_in_your_face___by_frida_vl.jpgQui si parla dell’ennesima piccola rivolta popolare palermitana. Disoccupati ed ex carcerati assaltano un assessorato regionale. Vogliono risposte concrete: ‘u postu? Il sussidio? I palermitani sono una razza molto particolare: da secoli si esibiscono in sfuriate che sembrano anticipare una rivoluzione. Ma nessuno si preoccupa.  Non c’è il rischio che succeda niente. Ogni volta che cambiava il dominatore il palermitano si preoccupava di accoglierlo nel migliore dei modi, con delegazioni che andavano al porto a incensare con mille giri di parole il nuovo conquistatore. Il palermitano si incazza per cose concrete. Ieri e oggi. Ma raramente guarda lontano, raramente gli interessa il prima, il dopo e l”intorno”  di una sua rivendicazione. Nel Settecento si arrabbiava periodicamente per le conseguenze delle carestie, per la scarsezza di pane. Ma lo faceva cercando capri espiatori. I baroni, i principali responsabili dello stato delle cose, i principali mercanti e incettatori di grano (che nascondevano nei loro depositi per farne alzare artificialmente il prezzo e quindi poterlo vendere all’estero fregandosene delle esigenze della plebe siciliana) venivano assolti. Anzi, venivano indicati come i “difensori del popolo” (sic). Anche oggi, oggi che continuano a mostrare chiostre di denti guasti, incrostati di una rabbia grottesca e innocua, se la prendono con l’arredo urbano, quasi perpetuando certe tare (mai diventate troppo pittoresche) che li vogliono affetti da gallismo e ardore masculinu. Mi chiedo spesso, soffrendo per le mie derive qualunquiste, che senso abbia questa democrazia.

Posted by: ilpresepediplastica | Agosto 27, 2007

Lettera aperta di “un piccolo populista” al Ministro degli Interni

Ringrazio Antonio Pagliaro e Salvatore Borsellino che hanno raccolto la lettera di Francesco Cipriano, uno studente palermitano di 19 anni che lo scorso 23 maggio disse al ministro Amato: “Ogni 23 maggio voi politici venite qui e vi riempite la bocca di antimafia, ma in parlamento ci sono 25 condannati in via definitiva, criminali che fanno le leggi. Amato rispose: “Sei un piccolo populista”. La risposta si commenta da sé.

Di Francesco Cipriano 

“Stiamo lentamente cadendo nel silenzio, di mafia non si parla più. E sarò pure populista, giustizialista, eccessivo, ma vi ritengo responsabili. State facendo perdere ai giovani, ai siciliani, la voglia di lottare. Vediamo governi succedersi, ma nulla che cambia. Cambia tutto per non cambiare niente. Vediamo fuorilegge che fanno leggi, imputati per mafia che dicono che la mafia fa schifo”

 

Caro ministro,

 

non so se si ricorda di me: sono il ragazzo a cui ha dato del “piccolo capo populista” il 23 maggio a Palermo. Vorrei poter commentare ora la sua risposta e parlare di cosa significa crescere e vivere in Sicilia oggigiorno.

 

La prima domanda che le è stata rivolta al dibattito all’interno dell’aula bunker riguardava gli indagati all’interno del parlamento, e il motivo per il quale non venissero cacciati. Lei, da giurista quale è, ha risposto giustamente che in Italia si è ritenuti innocenti fino al terzo grado di giudizio. Sarebbe stato però più corretto ricordare a quei ragazzi che effettivamente in parlamento siedono venticinque condannati in via definitiva, quindi giudicati dalla legge colpevoli. Ed è proprio per questo che ho preso la parola, ricordandole anche che in Sicilia abbiamo un presidente della regione rinviato a giudizio per rivelazioni di segreti d’ufficio e favoreggiamento alla mafia, oltre che diversi indagati per mafia tra assessori e deputati regionali, forse un po’ troppi per una regione che avrebbe bisogno di esempi di legalità. Ho quindi accennato ai famosi “venticinque”, dicendo che trovavo vergognoso che dei criminali facciano le leggi.

Continua a leggere…

Posted by: ilpresepediplastica | Giugno 17, 2007

Caro Marco

Ciao Marco,
io ti ho seguito e devo dire che ho assistito al solito teatrino vomitato solo per (cercare di) distruggere le voci dissonanti, gli scarsi resti. Loro (i politici di professione) sono bravissimi ad alzare la voce al momento giusto, a screditare l’interlocutore in modo gratuito con virate populistiche dosate con estrema bravura, a portarsi fuori dalla scena delle responsabilità. Mi dispiace ammetterlo, ma troppe volte in televisione ho visto soccombere lo scrittore di turno, almeno quando cerca di non allinearsi alle verità di plastica che tanto piacciono agli italiani. Una cosa è la parola scritta, un’altra la parola (televisiva) orale. E nei confronti di quest’ultima noi scrittori (mi ci metto anch’io) spesso dimostriamo di non essere attrezzati adeguatamente, non per una deficienza intellettuale, ma (per fortuna?) per una scarsa confidenza con i meccanismi del tubo catodico; o forse perché questi meccanismi, al di là delle probabili buone intenzioni di Funari, sono ormai adatti a valorizzare soltanto le performance di gente come Giovanardi o, addirittura, di campionesse della provincia siciliana come il politico lampedusano. (Ma gli omologhi siciliani che siedono nel parlamento non sono molto diversi, appena un po’ di cipria in più, per rendere impalpabile la loro carnagione e i loro discorsi). Bisogna prenderne atto. E cercare di partire da queste sconfitte.
Ti sei ritrovato messo in mezzo, tra un feroce masticatore di bolle di sapone e una tipica esponente della politica siciliana (e ti lascio immaginare, con ciò, come siamo messi male in Sicilia).
Hai tutta la mia solidarietà e il mio apprezzamento per il tuo operato. Ma gli italiani temo che stiano con Giovanardi e i siciliani (che conosco bene) con la tizia di Lampedusa.
Un abbraccio.
Nicolò La Rocca

Posted by: ilpresepediplastica | Marzo 1, 2007

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Posted by: ilpresepediplastica | Febbraio 17, 2007

Non c’è

old2.jpgLo vedo comparire all’improvviso, da sinistra. Scivola velocemente giù dal marciapiede. Claudicante, i capelli appiccicati sulla testa come fili di ragnatela, lo sguardo cattivo di chi implora una pietà mai avuta. Me lo immagino recluso nel suo appartamento, la verdura, la mozzarella, il brodino arancione precipitato sulla sua tovaglia a quadretti chissà da quale clinica per anziani e cristallizzatosi nella sua cucina, quasi un elemento d’arredo. Posso quasi sentire il fetore che lo avvolge come un’aureola di sofferenza. In Lombardia ogni piccolo bilocale in affitto ha il suo fetore. Non è l’odore sano dello sporco di provincia, quel misto di pane raffermo e acqua di colonia. Non è neppure la puzza feroce dei tinelli palermitani, un misto di piscio di cane e luce catodica. No, lui si porta addosso il suo appartamento lombardo, muffa e nerume.

Insomma, slitta sulle strisce senza avvertirmi. Freno e lo lascio passare. Attraversa la strada dedicandomi un’occhiata minacciosa. Aspetto che sia inghiottito dalla teoria folle di palazzine, poi ingrano la prima e mi squaglio nel traffico mattutino.

Posted by: ilpresepediplastica | Gennaio 20, 2007

Perdono

obscured_television.jpgDi Xantology  Porta a Porta a discutere della strage di Erba Paolo Crepet vestito in una sgargiante maglia arancione, Francesco Bruno criminologo con la barba, Barbara Palombelli moglie di Rutelli, Simonetta Matone giudice di Roma, le showgirls Alba Parietti e Valeria Marini, l’americana Clarissa Burt, l’avvocato Carlo Taormina, il direttore del Giornale Maurizio Belpietro. Al centro dello studio, il modello della casa in polistirolo.

Bruno Vespa introduce parlando di tragedia che ci ha colpiti tutti. Francesco Bruno si alza e mostra sul modellino della casa il modus operandi. Schizzi di sangue sulle pareti, la casa che brucia, stavolta nienti zoccoli e pigiami. L’avvocato Taormina precisa che tutto ciò è illegittimo e che assicurerà il vero colpevole alla giustizia. Alba Parietti prova a dire qualcosa, e la lasciano parlare. Nessuno l’ascolta, ma tutti le guardano la microgonna.

Pubblicità della BMW. Pubblicità dove c’è Barilla c’è casa. Pubblicità fiction Incantesimo.

In diretta da Erba il sindaco che parla di indelebilemarchiodinfamia. Bruno Vespa chiede il parere di Valeria Marini. Lei risponde mostrando il decoltè. Mentre il giudice Matone parla di traumi infantili irrisolti, Clarissa Burt la interrompe facendo un parallelo con gli Stati Uniti. Elenco di serial killer americani. Giustizia Usa. Cenno alla pena di morte. Belpietro sostiene che sì stavolta non è stato il pregiudicato tunisino, ma che il 50% dei reati sono compiuti da extracomunitari. Crepet si aggiusta il ciuffo e interviene sulla cultura xenofoba, sul rifiuto del diverso, sul tipico caso di psicopatia di coppia e ancora sui traumi infantili irrisolti. Barbara Palombelli parla dell’epoca attuale come quella della perdita di ogni valore e della alienazione nella società contemporanea.

Dopo il tg1 della notte e la pubblicità, intervista esclusivaportaaporta con il signor Castagna, che perdona.

e-poi-siamo-arrivati-alla-f.jpgIl romanzo d’esordio di Joshua Ferris, “E poi siamo arrivati alla fine”, edito in Italia in anteprima mondiale da Neri Pozza, ci offre una chiave di lettura già dal titolo del primo capitolo: “Voi non sapete che cosa c’è nel mio cuore”. Ambientato in una grande agenzia pubblicitaria americana, in un contesto lavorativo che tende a depennare le individualità, il romanzo gira intorno alle esistenze dei creativi dell’agenzia, riuscendo a restituire ciò che Nick Hornby nella quarta di copertina definisce “il rumore delle nostre vite che scorrono”. I personaggi, incastrati nei percorsi obbligati dei loro cubicoli, dei piani del grattacielo dove ha sede l’agenzia, nelle parole e nei respiri dei colleghi, lavorano, parlano, soffrono, gioiscono perfino pensano come un unico essere collettivo: così la voce narrante non può che essere la prima persona plurale, un interessante artificio che fa pulsare l’intero romanzo con un unico, potente battito. Ma non è un palpito cattivo, quello che esprime questa unica voce collettiva, perché a Ferris non interessa accanirsi sull’assurdità della condizione lavorativa contemporanea; piuttosto preferisce farci entrare nel vivo di esistenze umane, nella vita dei personaggi che sognando e disperandosi, fanno di tutto per non lasciarsi travolgere dalle acque melmose di una crisi economica e lavorativa epocale. Tom, Joe, Karen, Benny, Genevieve, Carl, Jim, Amber, Larry fanno capolino nei cubicoli scambiandosi le poltrone, gli oggetti collocati sulle postazioni, stordendosi in una processione infinita di pettegolezzi; si esibiscono in sfinenti previsioni su chi sarà il prossimo collega costretto a poggiare la testa sotto la inesorabile ghigliottina dei licenziamenti; provano, seppur nel coagulo trasparente della chiacchiera lavorativa, a far penetrare la vita tra i computer, le stampanti, i briefing. Tom dopo il licenziamento sta impazzendo? O era già pazzo, prima? Ha minacciato di buttare il suo computer dalla finestra dell’ufficio. Tornerà e ammazzerà tutti? Innanzi tutto Joe con il quale si era scontrato? Carl non vuol far sapere alla moglie di essere depresso. E dice cose strane. Resisterà? Sarà il prossimo a essere licenziato?

Le biografie di questi personaggi, nonostante la loro appartenenza al mondo dei creativi, si rivelano minime. Ambiscono tutti a un qualcos’altro che a volte rimane indefinito, altre si concretizza nel sogno di un romanzo da scrivere o di una serie di tele sui pesci da dipingere… Ma queste esistenze, investite dal soffio narrativo di Ferris, riflessivo e struggente, pronto a dare consistenza ai loro sentimenti e alle loro relazioni, alle loro insoddisfazioni e alle loro ossessioni, si trasformano in vite epiche, soggetti dell’unica epopea possibile in questa sorta di office beauty moderno.

Joshua Ferris dà prova così di grande talento, con questo suo esordio, riuscendo peraltro ad annegare i suoi temi in un ritmo narrativo estremamente suggestivo, dove le storie dei personaggi, quasi imitando la struttura tortuosa dei cubicoli dell’ufficio, si intrecciano sviluppandosi in un originale crescendo sinuoso

Posted by: ilpresepediplastica | Gennaio 11, 2007

Lamezia Turismo Service

calabriag.gif di Stati di Sonnolenza Ogni volta che viaggio, crescono i dubbi sulla mia città. Recentemente, sono stato a Santiago de Compostela, piccola città ferma nel tempo. La principale entrata della città proviene dall’industria passiva. Santiago vende spiritualità, principalmente, in quanto terra di pellegrinaggio. Tra le maggiori attrattive, per esempio, c’è il botafumeiro. Ma è la storia stessa della città a essere venduta, con tutto quello che ne consegue.

Poi torno a Lamezia e mi chiedo cosa possa vendere. Quali siano le sue risorse.

Il polo industriale è quasi andato. Molti stabilimenti sono in disuso, e la cronaca recente parla solo di grosse bufale.

 

Sul versante dell’industria passiva, invece, sembra che qualcosa si stia muovendo. Nasce il sito Lamezia Turistica e si parla di consorzi.

Ho notato, però, che nessuno tiene presenti le maggiori attrattive del territorio.

Escludere il meglio dell’architettura lametina è un errore ingiustificabile.

Come non calcolare i suoi punti di accoglienza? Proverò a elencarli io. Tenendo conto della divisione territoriale, ovviamente.

 

S. Eufemia: la stazione di Lamezia Terme Centrale, a forma di treno. Si noti il piastrellame in caduta libera.

 

Se scegliete di imboccare il rettifilo che unisce S. Eufemia a Sambiase, mentre sulla vostra sinistra scorre la discarica di Lamezia Terme, si può osservare, guardando in alto, la Cava Mazzei solcare i monti di località Caronte.

 

Arrivati a Sambiase, superato il cimitero, ad accogliervi l’edificio Costabile. Scultura post-moderna, puro agglomerato di fondamenta cementizie.

 

Per chi arriva dall’autostrada, l’accoglienza spetta a Capizzaglie, centro vip residenziale delle migliori famiglie (e degli amici delle famiglie) Lametine. Case non intonacate della miglior selezione.

In ultimo, impossibile non segnalare la splendida vista dall’alto. Ideale posizionarsi nel quartiere Magolà. Da lì, guardando sulla vostra sinistra, potrete notare la piccola e ridente metropoli nota a tutti come Cimitero.

 

Ted Lamezia Turismo Service.

 

Posted by: ilpresepediplastica | Novembre 22, 2006

Il mimo e la lunga

kiss_2_by_richardmortis.jpgUna minchiatella alla Vasile; anche alla Moresco, se proprio vogliamo; in un certo qual modo, oggi come oggi.

Mio zio marita la figliola, che è lunga e dritta. Siamo rimasti svegli tutta la notte, ho sentito ticchettare la tempia di mio zio, quella di mia zia, quella di mia cugina, che è lunga e dritta; ho sentito il frastuono delle tempie dal piano di sotto, il solaio è di uno spessore consistente, cemento armato ingabbiato, eppure dormo sempre sonni brevi, per via dei ticchettii del piano di sopra, per non parlare dell’urina che scola nel cesso, verticale, e dei mormorii urlati. Stanotte però ho dormito ancora di meno. C’era questa storia del ticchettio delle tempie, e un rumore che, io lo so, era provocato dallo sgonfiamento dei corpi dei miei parenti: si sgonfiavano dallo sfintere, a causa del matrimonio dell’indomani, per l’emozione. E mia cugina diceva sempre “ahi ahi”, e pure mio zio, e pure mia zia. Ho dovuto sopravvivere con il cuscino schiacciato sulla testa. L’indomani, quando scendevo le scale tutto elegante, l’abito Trussardi, non ho avuto il coraggio di fermarmi al pianerottolo dei miei zii: un liquido denso e scuro si allargava sullo zerbino, da sotto la porta. Dentro, oltre ai ticchettii delle tempie, anche fortissimi scricchiolii.

 

Ora, dentro la cattedrale, ci schiacciamo l’uno con l’altro, ci avviciniamo e ci allontaniamo, per contrastare, inutilmente, il colare del sudore, sotto questo caldo infernale. Ci sono tutti i miei parenti: il politico, l’industriale, il pittore di tendenza, lo scrittore di tendenza. Aspettiamo la sposa.

 

Devo essermi addormentato. Non mi dispiace. Il caldo provoca questa reazione, in me. Mi ci trovo bene con questo silenzio, sono rimasto al buio. Qualcuno parla di mia cugina, dice che è lunga e dritta perché suo padre ci sa fare. Apro gli occhi e poi li chiudo. Ho visto tante testoline piccole, agitate, ho sentito tante rumori e suoni e parole. Le tempie degli invitati ticchettano forte, il rumore ha sommerso quello dell’organo - mia cugina sta arrivando - e lasciano spazio solo a una donnina sui trenta che parla di Marquez e di come mio zio sia uno che ci sa fare, perché l’ha fatto crescere lunga e dritta la figlia, come l’azienda che lui stesso, alla sua età, governa. Lunga e dritta.

 

Poi finalmente ce la faccio: riconquisto il silenzio e percepisco, per fortuna, solo lo sfregamento delle scarpe del prete contro la pedana di moquette, il tabernacolo accarezzato per un attimo, il respiro del monsignore che sa di incenso. Una boccata e poi trattengo il respiro.

 

Mia cugina ora è arrivata. Non riesce a passare. È troppo lunga e dritta, non ce la fa ad abbassarsi, supera dieci volte l’altezza del portone della cattedrale. Non sanno come fare, i ticchettii delle tempie si spengono come per incantesimo, ma iniziano un fastidiosissimo lamento, tutti in coro. Non ce la faccio. Mi sembra che la testa mi debba scoppiare da un momento all’altro. “Largo signori!” fa mio zio, mentre tutti sussurrano che anche lui ha sbagliato qualcosa, o forse no.

 

“Largo signori, che deve passare la sposa!” Ricominciano i ticchettii, ma la sposa non riesce a passare dalla porta, nonostante mio zio si impegni spingendola: mia cugina resta fuori lunga e stecchita, come se avesse inghiottito uno spiedo. Allora, chi vuole tagliare il cornicione, chi abbassare lo scalino, chi tagliare la testa e poi riappiccicarla una volta entrata. Ma niente. Ricomincia il lamento.

 

Corro da mio zio. “Che mi dai se la faccio passare?”

 

“Ti do una ditta avviata, i finanziamenti e l’immagine dell’industriale padre di famiglia” assicura mio zio. Spero che mantenga la promessa. Alzo il braccio e lo faccio cadere così come viene, una bella manata sul collo di mia cugina. Lei ondeggia un po’, chiude gli occhi, e tutti terrorizzati guardano il cielo. Spero che questo silenzio duri un’eternità. Mia cugina però cala la testa e passa dalla porta. “Bravo il cugino!” mi gridano gli invitati, “che ha fatto passare la lunga senza tagliarle la testa!”

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