Una minchiatella alla Vasile; anche alla Moresco, se proprio vogliamo; in un certo qual modo, oggi come oggi.
Mio zio marita la figliola, che è lunga e dritta. Siamo rimasti svegli tutta la notte, ho sentito ticchettare la tempia di mio zio, quella di mia zia, quella di mia cugina, che è lunga e dritta; ho sentito il frastuono delle tempie dal piano di sotto, il solaio è di uno spessore consistente, cemento armato ingabbiato, eppure dormo sempre sonni brevi, per via dei ticchettii del piano di sopra, per non parlare dell’urina che scola nel cesso, verticale, e dei mormorii urlati. Stanotte però ho dormito ancora di meno. C’era questa storia del ticchettio delle tempie, e un rumore che, io lo so, era provocato dallo sgonfiamento dei corpi dei miei parenti: si sgonfiavano dallo sfintere, a causa del matrimonio dell’indomani, per l’emozione. E mia cugina diceva sempre “ahi ahi”, e pure mio zio, e pure mia zia. Ho dovuto sopravvivere con il cuscino schiacciato sulla testa. L’indomani, quando scendevo le scale tutto elegante, l’abito Trussardi, non ho avuto il coraggio di fermarmi al pianerottolo dei miei zii: un liquido denso e scuro si allargava sullo zerbino, da sotto la porta. Dentro, oltre ai ticchettii delle tempie, anche fortissimi scricchiolii.
Ora, dentro la cattedrale, ci schiacciamo l’uno con l’altro, ci avviciniamo e ci allontaniamo, per contrastare, inutilmente, il colare del sudore, sotto questo caldo infernale. Ci sono tutti i miei parenti: il politico, l’industriale, il pittore di tendenza, lo scrittore di tendenza. Aspettiamo la sposa.
Devo essermi addormentato. Non mi dispiace. Il caldo provoca questa reazione, in me. Mi ci trovo bene con questo silenzio, sono rimasto al buio. Qualcuno parla di mia cugina, dice che è lunga e dritta perché suo padre ci sa fare. Apro gli occhi e poi li chiudo. Ho visto tante testoline piccole, agitate, ho sentito tante rumori e suoni e parole. Le tempie degli invitati ticchettano forte, il rumore ha sommerso quello dell’organo - mia cugina sta arrivando - e lasciano spazio solo a una donnina sui trenta che parla di Marquez e di come mio zio sia uno che ci sa fare, perché l’ha fatto crescere lunga e dritta la figlia, come l’azienda che lui stesso, alla sua età, governa. Lunga e dritta.
Poi finalmente ce la faccio: riconquisto il silenzio e percepisco, per fortuna, solo lo sfregamento delle scarpe del prete contro la pedana di moquette, il tabernacolo accarezzato per un attimo, il respiro del monsignore che sa di incenso. Una boccata e poi trattengo il respiro.
Mia cugina ora è arrivata. Non riesce a passare. È troppo lunga e dritta, non ce la fa ad abbassarsi, supera dieci volte l’altezza del portone della cattedrale. Non sanno come fare, i ticchettii delle tempie si spengono come per incantesimo, ma iniziano un fastidiosissimo lamento, tutti in coro. Non ce la faccio. Mi sembra che la testa mi debba scoppiare da un momento all’altro. “Largo signori!” fa mio zio, mentre tutti sussurrano che anche lui ha sbagliato qualcosa, o forse no.
“Largo signori, che deve passare la sposa!” Ricominciano i ticchettii, ma la sposa non riesce a passare dalla porta, nonostante mio zio si impegni spingendola: mia cugina resta fuori lunga e stecchita, come se avesse inghiottito uno spiedo. Allora, chi vuole tagliare il cornicione, chi abbassare lo scalino, chi tagliare la testa e poi riappiccicarla una volta entrata. Ma niente. Ricomincia il lamento.
Corro da mio zio. “Che mi dai se la faccio passare?”
“Ti do una ditta avviata, i finanziamenti e l’immagine dell’industriale padre di famiglia” assicura mio zio. Spero che mantenga la promessa. Alzo il braccio e lo faccio cadere così come viene, una bella manata sul collo di mia cugina. Lei ondeggia un po’, chiude gli occhi, e tutti terrorizzati guardano il cielo. Spero che questo silenzio duri un’eternità. Mia cugina però cala la testa e passa dalla porta. “Bravo il cugino!” mi gridano gli invitati, “che ha fatto passare la lunga senza tagliarle la testa!”